INTELLIGENZA EMOTIVA: come aiutare i nostri figli a svilupparla ed avere successo nella vita

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Tutti i genitori vorrebbero che i figli avessero successo nella vita. Molti cercano di orientare i propri figli allo studio, iscrivendoli a scuole prestigiose, spronandoli alla lettura e cercando il più possibile di coltivare la loro intelligenza logica. La verità è che l’intelligenza ha tante sfaccettature, e il successo nella vita non dipende unicamente da quanto una persona sia veloce a fare i calcoli, o da quanti libri abbia letto.

C’è un tipo particolare di intelligenza che viene spesso sottovalutato, ed è proprio quella alla quale noi genitori dovremmo porre una particolare attenzione, perchè dipende molto da come noi ci approcciamo ai nostri figli. Indovinate, qual è?

Che cos’è l’intelligenza emotiva?

A questo punto é giusto dare una piccola definizione. L’intelligenza emotiva, secondo Daniel Goleman, è la capacità di riconoscere, comprendere, utilizzare e gestire le emozioni, proprie ed altrui, in modo efficace. Chi possiede una buona intelligenza emotiva è capace di:

  • Riconoscere le proprie emozioni nel momento in cui insorgono, e capire come influenzano pensieri e comportamenti (consapevolezza di sè);
  • Gestire le proprie emozioni in modo sano, quindi controllare gli impulsi e mantenere il controllo (autoregolazione);
  • Usare le emozioni per perseguire obiettivi (motivazione);
  • Comprendere le emozioni degli altri e rispondere in modo adeguato (empatia);
  • Gestire bene le relazioni, comunicare in modo efficace, collaborare e risolvere conflitti (abilità sociali).

Abilità sorprendenti vero? Se ci pensate non sono poi così scontate.

Perchè l’intelligenza emotiva è importante?

“Secondo i ricercatori del dipartimento di scienze della comunicazione del Foothill College nella Silicon Valley, la differenza tra chi ha successo e chi non ce l’ha sta nel maggiore sviluppo dell’intelligenza emotiva, che non ha nulla a che vedere con il QI.”¹

D’altronde i grandi leader sono tali proprio per le loro capacità sociali, e per la loro capacità di raggiungere grandi obiettivi, utilizzando le emozioni a loro favore, giusto per fare un esempio.

Quindi, se vogliamo diventare personaggi illustri, grandi leader, e raggiungere tutti i nostri obiettivi più ambiziosi nella vita dobbiamo puntare tutto sull’intelligenza emotiva.

Intelligenza emotiva e genitorialità gentile

Studi osservazionali condotti su famiglie dimostrano come il modo in cui i genitori si approcciano alle emozioni dei figli influisce fortemente sulla loro salute fisica, sui risultati scolastici, sui rapporti interpersonali, sulla capacità di autoregolazione e sullo sviluppo generale della loro intelligenza emotiva.

In parole povere, i genitori che sanno essere dei bravi allenatori emotivi, avranno figli più intelligenti emotivamente, i quali di conseguenza avranno più successo nella vita.

Da ciò si deduce che la genitorialità gentile, che si basa proprio sull’empatia nei confronti dei figli, sulla convalida e sul riconoscimento delle emozioni, e sul fornire ai figli un modello di autoregolazione emotiva, non può fare altro che ottenere figli emotivamente intelligenti. Avete visto quanto è importante il nostro ruolo da genitori?

Piccola nota: se volete imparare di più riguardo l’intelligenza emotiva con i figli e la genitorialità gentile vi consiglio questi due libri:

  1. Intelligenza emotiva per un figlio – John Gottman
  2. Genitori gentili – Sarah Ockwel- Smith

Come aiutare i figli  sviluppare l’intelligenza emotiva (approccio per bimbi da 1 a 4 anni)

È vero, il successo dei figli non dipende esclusivamente e totalmente da noi genitori, ma noi possiamo fare molto, soprattutto nei primi anni. Qui di seguito vi illustrerò 5 semplici abitudini comunicative da adottare fin da subito per allenare l’intelligenza emotiva dei vostri figli. Devo però farvi un Nota Bene: per vedere i risultati a lungo termine queste 5 abitudini devono entrare a far parte della vostra quotidianità.

1. Non censurare le emozioni – Accoglile

Avere a che fare con il pianto oppure gli accessi di rabbia di un bambino piccolo, può essere frustrante, e da genitori, può venirci la tentazione di censurare oppure reprimere le sue emozioni.

“Non è niente, dai, non piangere”

“Smettila di urlare!”

“Guai a te se lanci ancora quel gioco!”

Queste frasi possono essere deleterie perchè hanno come scopo il censurare l’emozione del bambino, ancora prima di comprendere il perchè dell’emozione stessa, è come se dicessero “non voglio vedere la tua emozione”.

A lungo andare questo atteggiamento porterà il bambino ad imparare a reprimere le sue emozioni, senza dare loro spazio, e non imparerà ad elaborarle in maniera corretta. Sarà così più facile che lui esploda di tanto in tanto.

Quando un bimbo prova un’emozione forte, l’approccio più corretto è cercare di dare spazio alla sua emozione, pur non superando alcuni limiti (ma lo vedremo più avanti), capire che cosa l’ha scatenanta, parlarne insieme ed offrire la nostra presenza calma.

2. Mostra empatia

“Capisco come ti senti, anche io al tuo posto mi sentirei al tuo stesso modo”

“E’ normale sentirsi così”

Mostrare ai nostri figli che capiamo il loro punto di vista li fa sentire accolti, accettati, al sicuro. Grazie a questo tipo di atteggiamento sanno che possono fidarsi di noi, si costruisce connessione e sarà più facile elaborare l’emozione e trovare una soluzione insieme.

3. Nomina le emozioni quando capitano

Che sia rabbia o felicità, dare di volta in volta un nome all’emozione, a lungo andare può aiutare vostro figlio a riconoscerla più facilmente. E’ un allenamento quotidiano che può fare la differenza.

Basta dire:

“Quanto sei allegro!”

“La nonna è andata via ed ora sei triste”

“Non riesci a fare questa cosa da solo e questo ti fa arrabbiare”

Ora non possiamo avere il gelato, questo ti rende deluso”

“Quel bimbo ti ha preso il gioco dalle mani e tu hai provato l’impulso di spingerlo, questa si chiama rabbia”

Non solo, anche quando siamo noi genitori a provare delle emozioni, non è necessario nasconderle, possiamo spiegare ai nostri figli come ci sentiamo e perché:

“La mamma è triste perché oggi è capitata una cosa brutta”

Mostrare, manifestare, comunicare le nostre emozioni, anche e soprattutto quelle spiacevoli, può insegnare molto ai nostri figli sull’intelligenza emotiva e sulla regolazione delle emozioni. Inoltre è un’ottima occasione di connessione.

4. Poni limiti con gentilezza

“Tutte le emozioni sono valide, non tutti i comportamenti lo sono”

Se è vero che tutte le emozioni andrebbero accolte è anche vero che non sempre il modo in cui vengono manifestate è giusto, come per esempio sfogare la rabbia picchiando i coetanei.

Quando ci troviamo di fronte ad un comportamento scorretto di nostro figlio, possiamo accogliere la sua emozione, ed allo stesso tempo porre un limite al suo comportamento. A questo proposito, ho scritto un intero documento PDF su come porre limiti e regole gentili ed efficaci, completamente gratuito. Se lo volete non dovete fare altro che seguire le istruzioni a questo link.

Tornando a noi, per porre limiti senza sminuire l’emozione che prova vostro figlio, si possono offrire alternative di comportamento valide. Ecco alcuni esempi:

  • Non puoi picchiare gli altri quando sei arrabbiato, ma puoi picchiare questo cuscino”
  • “Urlare non va bene, ma puoi dire “Sono arrabbiato!””
  • “Non possiamo lanciare gli oggetti, ma possiamo pestare i piedi o stringere i pugni, se vuoi”

In questo modo vostro figlio impara metodi più ortodossi per sfogare la sua rabbia.

5. Fai da modello di comportamento

Se volete che vostro figlio impari a regolare le sue emozioni, dovete voi stessi comportarvi nel modo in cui vorreste che si comportasse, essere un esempio positivo, fungere da guida. Il modo in cui noi reagiamo e gestiamo le nostre emozioni insegna ai bambini come a loro volta dovrebbero manifestare le loro emozioni in modo corretto.

Se imparate a reagire con calma e fermezza alle difficoltà quotidiane, se provate a gestire i conflitti con il partner e con gli altri in maniera diplomatica e se trovate sempre il modo di rialzarvi dopo una delusiuone, solo osservando il vostro esempio, vostro figlio avrà imparato più che da ogni lunga predica.


Queste erano le 5 abitudini per insegnare ai vostri figli l’intelligenza emotiva. Spero che vi siano utili. Come sempre ci vediamo al prossimo articolo!

Note:

  1. https://www.guidapsicologi.it/articoli/il-segreto-del-successo-lintelligenza-emotiva-e-pi-importante-del-qi

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Io sono Lizzy, mamma di una bimba, infermiera a tempo pieno, e parent coach certificata (ai sensi della legge del 14 gennaio 2013, n. 4). Diventare mamma mi ha profondamente cambiata e consapevolizzata su vari aspetti, per cui ho iniziato ad appassionarmi al mondo della genitorialità, soprattutto al gentle parenting.

Ho deciso di creare questo blog per condividere la mia piccola esperienza e aiutare altri genitori a vivere la loro genitorialità in maniera più serena e consapevole.

Infine ho deciso di diventare parent coach per aiutare le mamme e i papà a diventare finalmente il genitore che vogliono essere.

8 strategie per insegnare a tuo figlio (1-3 anni) ad essere più calmo

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6–8 minuti

Vi è mai capitato di pensare: “Quanto vorrei che mio figlio fosse più tranquillo”. E invece vi tocca avere a che fare con un piccolo esserino pieno di energia che corre dappertutto e sfugge dalle mani, iperattivo, e nervoso, che esprime le sue emozioni in maniera esplosiva, lancia oggetti, urla quando è arrabbiato, o picchia il cane. Spesso le mamme che seguo nei miei percorsi vengono addirittura disperate, dicendo: “non riesco più a gestirlo!” oppure “fa sempre i capricci! In macchina, al supermercato…”.

Partiamo da tre presupposti:

1. Dagli 1 ai 3 anni è normale che i bambini ancora non sappiano regolare le proprie emozioni, quindi hanno bisogno di una guida da parte nostra;

2. E’ assolutamente normale avere a che fare con atteggiamenti come urla, lancio di oggetti o il picchiare, l’importante è saper indirizzare il bambino, in maniera gentile, a comportamenti alternativi ed avere molta pazienza;

3. Ogni bambino ha il suo temperamento, quindi ci sono bambini naturalmente più calmi, ed altri più iperattivi, questo non rende vostro figlio sbagliato.

Detto ciò, ecco di seguito alcune strategie per insegnare e instillare la calma nei vostri figli.

1. Mantenete la calma

Il metodo migliore per insegnare ai nostri figli a stare calmi è essere calmi noi stessi genitori. Calmi in che senso? Beh… non possiamo aspettarci che nostro figlio sia naturalmente pacato quando noi stessi siamo subito agitati quando capita qualche imprevisto, ci scaldiamo subito se nostro figlio fa un pasticcio, urliamo spesso, e rendiamo l’ambiente in cui vive nostro figlio particolarmente agitato e stressante. Io stessa ci ho messo del tempo per capire questo concetto. Imparate a fare un respiro in più, ad affrontare le difficoltà con stoicismo, a razionalizzare i  rimproveri, a disciplinare con la gentilezza. Non è un processo immediato, è vero, ci vuole un certo allenamento. A questo proposito vi posso aiutare io con un percorso personalizzato.

2. Mai dire “stai calmo!”

Penso che non ci sia cosa più inutile del dire “stai calmo!” ad un bambino che urla o fa i capricci, per insegnargli la calma, magari detto anche in maniera aggressiva. Il punto è proprio questo: la calma va insegnata vivendola insieme, non pretendendola. Il metodo più efficace con cui i bambini imparano è l’esempio. Quindi quando vostro figlio sta avendo una crisi emotiva, il modo in cui voi reagirete gli insegnerà come affrontare le difficoltà e le emozioni difficili nella vita.

3. Fai da guida nella regolazione delle emozioni

Siete al parco giochi con vostro figlio, ad un certo punto arriva l’ora di tornare a casa, ma vostro figlio non vuole e, al vostro sollecito di incamminarsi via dal parco insieme a voi, scoppia in pianto. Probabilmente il vostro primo impulso sarebbe quello di dire:” Smettila di piangere, non ne hai motivo!”. La verità invece è che sì, il motivo ce l’hanno!

I nostri figli, così piccoli si ritrovano a provare emozioni forti, come la rabbia o la tristezza, anche per cose che a noi sembrano futili. Si arrabbiano perché non riescono a infilare un oggetto in una scatola e quindi urlano e lanciano tutto. Piangono perché la mamma è uscita dal loro campo visivo, e quindi sono spaventati. Gli viene negato un oggetto, o la possibilità di continuare a giocare al parco, e quindi piangono disperati, perchè ancora non sanno affrontare un rifiuto, o un limite. Cosa dobbiamo fare noi in tutte queste situazioni?

La risposta è: validare le loro emozioni (non contrastarle, nè censurarle), con calma ed empatia. Possiamo semplicemente dire loro: “Sei triste e ti capisco, ma ora si è fatto tardi e dobbiamo andare a casa a preparare cena”. Il loro regolatore emotivo siamo noi, se reagiamo con calma loro si calmano.

Con il tempo questa strategia della calma e della validazione insegna loro a riconoscere ed affrontare le emozioni spiacevoli, e reagire in maniera ottimale. Inoltre con il tempo e la costanza da parte nostra, i nostri figli saranno più calmi e meno capricciosi.

Se volete imparare nel dettaglio come allenare emotivamente i vostri figli, vi consiglio un ottimo libro: Intelligenza emotiva per un figlio: una guida per i genitori – John Gottman. Oppure, se il vostro obiettivo è quello di diventare degli ottimi genitori-guida, potete intraprendere con me un percorso personalizzato.

4. Rallentate i ritmi

Se le mattinate sono una frenesia totale, ci si alza tardi e si fa tutto di corsa e non si da’ il tempo al bambino di vivere con calma la mattinata, allora quello che stiamo facendo è far entrare nostro figlio nel loop dello stress urbano lavorativo in anticipo. Sta imparando ad essere stressato. Che effetto farebbe invece rallentare, svegliarsi un po’ prima, fare colazione con tranquillità, avere il tempo di fare un paio di respiri in più all’aperto, nell’aria mattutina? Che effetto farebbe cancellare qualche impegno in più e vivere con più consapevolezza il presente, con i nostri figli? Sono sicura che con una routine più lenta e consapevole, anche vostro figlio con il passare del tempo “rallenterà”.

5. Ambiente ordinato= maggior ordine mentale= maggiore calma

Secondo il metodo Montessori l’ambiente fisico in cui il bambino vive è molto importante per il suo sviluppo. Un ambiente ordinato e bello può modellare la mente di un bambino, influenzare il suo stato d’animo, farlo sentire più al sicuro e meno agitato. Non è necessario che tutto sia perfetto, basta che ogni cosa abbia un posto, che tutto sia sicuro ed accogliente e che il bambino si possa sentire a suo agio nel suo ambiente di casa. Si può iniziare anche solo con la sua stanza, o con l’area giochi, a portare ordine ed armonia.

6. Dannati schermi!

Ormai è appurato e ci sono diversi studi osservazionali e metanalisi recenti che lo documentano: l’uso degli schermi nei bambini (tv, tablet, videogiochi) è associato a disturbi nel comportamento (come l’aggressività), ad una peggiore qualità del sonno e in alcuni casi è stata trovata anche una correlazione con lo sviluppo dell’ ADHD (disturbo da deficit dell’attenzione ed iperattività).

In sostanza, ridurre l’utilizzo degli schermi nei bambini, come metodo per intrattenerli, e soprattutto alla sera, può aiutare a ridurre molte problematiche nel loro comportamento, come il nervosismo e l’aggressività. Non sapete come togliere gli schermi a vostro figlio? Potete chiedere una consulenza qui.

7. Facciamo sfogare questi bambini

Dopo un lungo viaggio di un’ora e mezza in macchina, oppure dopo un lungo pranzo seduto sul seggiolino al ristorante (oppure dopo una lunga giornata di scuola sui banchi, per i bambini più grandi), è più che normale che vostro figlio sia agitato, irrequieto e abbia vogia di sfogarsi. Per questo è importante lasciare sempre una valvola di sfogo a questi bambini, che sia una mezz’ora al parco, una passeggiata libera nei boschi, un’attività sportiva, se vostro figlio è in età scolare. L’attività fisica è utilissima per scaricare la tensione e lo stress sia negli adulti sia nei bimbi. Se nel vostro programma è prevista un’attività noiosa in cui vostro figlio dovrà essere contenuto, assicuratevi che, prima o dopo, abbia il suo spazio in un’attività in cui si possa esprimere liberamente.

8. Si alle discussioni, ma…

I genitori che litigano possono costituire un evento stressante per i più piccoli e questo può renderli irrequieti e nervosi. Nessuno ha mai detto che i genitori non possano discutere fra di loro. Assicuratevi però di farlo in una maniera equilibrata. No alle urla, alle accuse, agli insulti; sì invece ad una discussione pacata in cui ognuno di voi esprime a turno la propria questione e se ne parla insieme in modo civile. In questo modo vostro figlio percepirà meno ansia e tensione, inoltre gli insegnerete anche come si litiga in maniera emotivamente intelligente! 


Queste erano le strategie per avere bambini più calmi ed equilibrati. Come sempre, vi invito a seguirmi su Instagram.


Se senti che sia arrivato il momento di dare una svolta alla tua genitorialità, e desideri migliorare, diventare un genitore più efficace e più calmo, dai un’occhiata ai percorsi personalizzati per genitori.

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Io sono Lizzy, mamma di una bimba, infermiera a tempo pieno, e parent coach certificata (ai sensi della legge del 14 gennaio 2013, n. 4). Diventare mamma mi ha profondamente cambiata e consapevolizzata su vari aspetti, per cui ho iniziato ad appassionarmi al mondo della genitorialità, soprattutto al gentle parenting.

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Infine ho deciso di diventare parent coach per aiutare le mamme e i papà a diventare finalmente il genitore che vogliono essere.

Gentle Parenting: 4 motivi per adottare questo approccio

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3–4 minuti

Oggi parliamo di un approccio genitoriale che sta prendendo sempre più piede, soprattutto grazie ai social, e al quale io, come mamma, mi sento molto affine.

Che cos’è il Gentle Parenting?

Il “gentle parenting”, come dice l’autrice Sarah Ockwel-Smith, è un ethos, ovvero un modo di essere (in questo caso genitori), che si basa su teorie e studi sulla pedagogia come:

  • L’intelligenza emotiva (Goleman);
  • La teoria sugli stili genitoriali (Baumrind);
  • La teoria dell’attaccamento (Bowlby e Ainsworth);
  • La disciplina positiva (Nelsen).

E altre.

In italiano potremmo semplicemente tradurlo come genitorialità gentile. I concetti chiave che caratterizzano questo metodo genitoriale sono i seguenti:

  • Lo scopo di un genitore è quello di crescere bambini felici ed emotivamente intelligenti;
  • E’ necessario abbandonare le vecchie concezioni sulla genitorialità, come l’uso della violenza e delle urla sui bambini, l’uso delle punizioni e delle ricompense, e adottare approcci più rispettosi ed efficaci;
  • Prima di tutto bisogna capire i bisogni profondi del bambino e attivarsi per soddisfarli;
  • Le emozioni del bambino non vanno mai censurate o ignorate, ma vanno accolte, per poi aiutare il bambino a riconoscerle e gestirle in maniera ottimale;
  • I limiti e le regole sono importanti nel disciplinare i bambini, ma vanno razionalizzati e soprattutto posti con gentile fermezza.

In linea di massima questo è ciò che riassume il gentle parenting. Ovviamente, per approfondire tutti questi concetti, consiglio di leggere il libro dell’autrice Sarah Ockwell-Smith, nel quale ogni concetto viene spiegato nei minimi dettagli, e si parla di come utilizzare questo approccio nelle diverse fasce d’età.

Ecco quindi quali sono secondo me le motivazioni più valide per adottare questo approccio.

1. Si basa su studi validati

Il gentle parenting, come ho scritto nel paragrafo precedente, non è un metodo nato dall’opinione personale di singoli individui, non è solo un trend sui social, ma si basa su teorie vere e su studi psicologici e pedagogici. Non mi metterò a citarli tutti in questo articolo, per ovvie ragioni di spazio, ma alla fine del libro sul gentle parenting, potete trovare un indice bibliografico che rimanda a tutti gli studi e i testi consultati.

2. Persegue obiettivi educativi a lungo termine

L’obiettivo del gentle parenting non si riduce a creare bambini tranquilli e obbedienti. Forse un urlo o uno schiaffo, nel breve termine possono fermare un bambino dal fare i capricci, ma il bisogno che stava sotto a quel comportamento rimane insoddisfatto, e non si insegna nulla ai bambini su come autoregolare le proprie emozioni.

Lo scopo del gentle parenting è più a lungo termine: creare adulti consapevoli delle proprie emozioni, che sanno autoregolarsi, perseguire obiettivi nella vita con motivazione e costanza, che provano empatia e aiutano il prossimo mossi dalla loro motivazione e non dal profitto.

3. Riduce lo stress genitoriale e migliora la comunicazione

Uno dei lati positivi del gentle parenting è che di conseguenza la comunicazione e l’armonia famigliare migliorano. I genitori sono meno stressati e frustrati, perchè è molto meno frustrante utilizzare un approccio gentile, piuttosto che uno basato su rabbia, autorità, risentimento e paura.

4. Le mie personali motivazioni

Infine ecco le mie motivazioni. Ho deciso di adottare questo approccio perchè semplicemente per me aveva senso. Tutte le motivazioni precedenti per me sono state sufficienti a convincermi che il gentle parenting fosse l’approccio giusto per me e per la mia bimba. Ovviamente, ogni genitore valuta secondo il proprio giudizio, ma sono convinta che questo approccio si possa adattare ad ogni genitore e ad ogni bambino.


Detto questo, spero di avervi spronati a mettervi in discussione, a diventare più consapevoli del vostro stile genitoriale, a informarvi sul gentle parenting, e come sempre, se avete bisogno di una mano, ecco i miei percorsi di crescita personale per genitori, per aiutarvi a diventare il genitore che avete sempre desiderato.

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Vacanze con i bimbi piccoli (1-3 anni): come sopravvivere

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6–9 minuti

Pov: state per andare in vacanza con i vostri bimbi, e vi state già disperando, perchè sarà tosta. Tra capricci, corse contro il tempo, bagagli infiniti, giochi e attività rischiose, ve lo sentite già: non avrete un minuto di relax.

Per fortuna arrivo io ad aiutarvi con questa mini guida su come sopravvivere alle vacanze con i bimbi piccoli. E provengono da una mamma che a sei mesi ha portato sua figlia in camper in Europa e a 18 mesi a New York! Quindi, pronti per partire (in ogni senso)?

1. Cambiate il vostro mindset

Se è la prima volta che andate in vacanza con un bimbo piccolo, oppure vostro figlio è cresciuto dalla scorsa vacanza ed ha iniziato a camminare o fare i primi capricci, beh, benvenuti nel mondo dei genitori❤️, quelli che non si fermano mai. Il primo passo per provare a godersi le vacanze è cambiare il modo di vedere la situazione.

Per prima cosa non ascoltate tutte quelle simpatiche persone sui social (vi saranno capitate almeno una volta), che fanno le sbruffone sul fatto che possono viaggiare perchè non hanno figli, o non vogliono avere figli così possono viaggiare. Infatti si può benissimo viaggiare con bimbi grandi e piccoli, basta adottare alcuni accorgimenti.

Anzi, la cosa bella è che creerete dei ricordi indimenticabili con i vostri bimbi, impareranno molte cose, rafforzerete il legame che c’è fra di voi, anche se sono ancora troppo piccoli per ricordarselo. Viaggiare con i figli è impagabile, ricordatevelo.

Ora, dato che non si può tornare a quando si poteva dormire fino a tardi, si avevano pochi bagagli e non c’era nessuno che faceva i capricci, non possiamo fare altro che provare ad accettare la situazione così com’è. Anzichè contrastare la situazione con pensieri di conflitto, come: “Non è possibile”, “Che strazio!”, “Una vacanza così è inaccettabile”, provate ad usare pensieri tipo: “Ok, è una situazione difficile, però possiamo superarla”, “Proviamo a capire che cosa sta succedendo”…

Così è molto più facile, si vivono le situazioni difficili con più oggettività e ci si arrabbia di meno.

2. Provate a mantenere le routine

Per i bimbi piccoli le routine sono vitali. Anche se cambiate totalmente continente, provare a mantenere le routine è utile perchè lì fa sentire al sicuro. Per esempio, che voi siate in hotel o in camper o in campeggio, la routine bagnetto-denti-favola-nanna la potete mantenere benissimo. Ricordatevi di portare con voi alcuni oggetti familiari, quelli ai quali vostro figlio si è affezionato di più.

3. Cosa calma vostro figlio?

Voi conoscete vostro figlio meglio di chiunque, quindi sapete qual è a cosa che lo calma di più nei momenti difficili. Un peluche, il ciuccio, la sua copertina, una canzoncina in particolare? Qualsiasi cosa sia, tiratela fuori senza indugi ogni qual volta ne avrete bisogno, purché sia una cosa innocua. Ad esempio, se il tablet è l’unica cosa che lo tiene buono, non vi consiglierei di abusarne, ma di provare a cambiare la routine e sostituirlo con un altro oggetto, o rituale, al più presto, magari prima di andare in vacanza o al vostro ritorno, non durante! Ogni bambino ha i suoi “calmanti”, e ciò dipende dalla routine che si è creata dietro. Ecco alcuni esempi di cose che hanno sempre funzionato per noi, magari vi possono ispirare:

  • Mettere la musica su spotify, quelle che ascoltiamo anche a casa ogni tanto, e cantare (la bimba mi guarda cantare e sta tranquilla);
  • Leggere un libro insieme, uno di quei libri con le pagine cartonate che leggiamo prima di dormire. Lei si concentra a guardare le figure e ripetere le parole, e si dimentica del motivo per cui si stava lamentando;
  • Il biberon di latte, ahimè vorrei toglierglielo, ma abbiamo visto quanto la rilassa ancora, per cui abbiamo deciso di rimandare il momento;
  • Prenderla in braccio e dondolare, cantando cantilene inventate da me, ma che lei conosce bene. Lei appoggia la sua testa sulla mia spalla e si rilassa;
  • I peluches. Qualsiasi sia la difficoltà della situazione, avere un peluche da stringere è come se la facesse sentire più protetta e sicura di sè.

4. Comprate un marsupio

L’oggetto che ricomprerei altre mille volte? Il marsupio porta-bimbo. Ho sempre portato mia figlia, anche quando ha imparato a camminare. Mi ha sempre salvato, soprattutto in quelle situazioni in cui mia figlia si stanca, non vuole più stare nel passeggino e cerca conforto tra le braccia della mamma. Ma soprattutto in tutte quelle situazioni dove il passeggino è troppo scomodo. Per esempio: questa sono io che trasporto mia figlia di 18 mesi nel marsupio, alle Niagara Falls. Forte, vero?

Vi lascio il link di due dei miei marsupi preferiti, i più comodi secondo me:

  • Questo modello l’ho sempre usato fin da quando era neonata, comodissimo per le escursioni, si può mettere davanti o dietro e va fino a 25 kg;
  • Questo invece è molto più immediato e facile da mettere, comodo soprattutto per i bimbi da un anno in su, ma meno per le escursioni più lunghe.

5. Prevedete sempre momenti di gioco libero e sfogo

Non potete pretendere che vostro figlio stia buono in macchina per cinque ore di fila, al ristorante seduto per due ore, e tranquillo nel passeggino per tutto il tempo. I bambini hanno un forte bisogno di muoversi, fin dai primi mesi, figuriamoci quando poi iniziano a camminare. Vogliono correre, giocare, sfogarsi. Prevedete sempre una tappa al parco giochi, tra una visita ed un’altra, o una gattonata libera nella sabbia, una corsa sfrenata in una piazzetta. Le parole d’ordine sono sicurezza e LIBERTA’. Non c’è cosa peggiore dell’essere liberi senza esserlo davvero. Mi spiego meglio: “Vai pure a giocare, si ma non correre che poi sudi, non salire lì che poi cadi, non giocare nella sabbia con le scarpe perchè ti sporchi”. Quando dico gioco libero e sfogo, intendo gioco davvero libero, altrimenti diventa molto più frustrante sia per voi, sia per i bimbi. Rilassatevi e lasciateli sfogare, purchè lo facciano in sicurezza e nel rispetto del prossimo.

6. Pianificate gli spostamenti con furbizia

Una cosa che mi ha salvato spesso è stata partire subito dopo pranzo, così la bimba si faceva il riposino in macchina e potevamo viaggiare tranquilli. Inoltre, prediligete sempre viaggi in macchina, o in camper, insomma con mezzi con cui potete regolare soste e viaggi in base alle vostre esigenze. Molto più semplice e molto meno frustrante.

7. Snack e acqua sempre in borsa

Portate sempre con voi degli snack salutari. I bambini così piccoli non sono in grado ancora di reggere tante ore tra un pasto e l’altro, mangiano poco e spesso, quindi è impossibile per loro fare solo colazione, pranzo e cena. Sì a cracker, frutta, biscotti con poco zucchero, pane, grissini, focaccia, gallette di riso, stick di verdura o formaggio ecc.

8. Mete kid-friendly

Infine, potete semplicemente optare per una vacanza a prova di bambino, in una qualche meta fatta apposta per i più piccoli. Un semplice viaggio al mare, in montagna, ad un parco divertimenti. Ci sono un sacco di hotel con aree attrezzate per bambini. L’importante è che tutti si godano la vacanza e che non sia un inferno dall’inizio alla fine.

9. Go with the flow

Ultimo consiglio che vi posso dare è: lasciatevi andare, abbandonate gli schemi. Quando si viaggia con dei bimbi piccoli una cosa che può aiutare è non pianificare troppo le tappe della vacanza. Piuttosto che seguire alla lettera il perfetto itinerario che vi siete creati, concentratevi nel creare momenti divertenti e di condivisione, e rimanete flessibili se vi sono da fare deviazioni o piccoli cambi di programma. Come ho detto prima l’obiettivo è godersi la vacanza il più possibile in modo che tra diversi anni, quando ci ripenserete, direte: “Che bella vacanza che avevamo passato” e non “E’ stato un inferno dal’inizio alla fine”.


Questi erano i miei consigli su come sopravvivere alle vacanze con i vostri bimbi. Godetevele, e noi ci vedremo prossimamente, anche sui social.

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Fare il genitore non è un processo naturale, o meglio: non dovrebbe esserlo!

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3–4 minuti

Prima di diventare genitori, mentre eravate ancora incinte o le vostre compagne lo erano, vi siete mai fatti più di tante domande su come avreste educato i vostri figli? Di solito ci si concentra, giustamente, sulla gravidanza, sulle cose necessarie nell’immediato post-partum, su come avviare l’allattamento in modo ottimale, preparare tutto il necessario tecnico per prendersi cura di un neonato ecc.

E poi arriva il bimbo, e tutto si stravolge, la routine, la quotidianità, lo stare in coppia, la vita. Si cerca di sopravvivere. Fino a quando il bimbo non fa i primi capricci…e solo allora si pensa all’educazione. A come porre delle regole, a come gestire i capricci, i comportamenti errati e tutto il resto.

E quindi che cosa si fa? Si va per tentativi, ci si comporta con i figli esattamente come i nostri genitori hanno fatto con noi, perchè ormai si sa: tendiamo a replicare con i nostri figli, le stesse modalità con le quali ci hanno cresciuti i nostri genitori. Inoltre ascoltiamo ciò che gli altri ci dicono: “Non prenderlo in braccio perchè lo vizi”, “fallo dormire da solo altrimeni si abitua” ecc.

Ma soprattutto, ci lasciamo guidare dal nostro istinto. Se il bimbo fa qualcosa di sbagliato, reagiamo in base al momento. E quella reazione è il risultato di come noi siamo stati cresciuti, di come la società ci influenza e del nostro stato d’animo in quell’istante.

Genitori si diventa strada facendo

E’ vero, si impara a fare il genitore solo essendo genitore, quindi strada facendo. Si fanno errori, si prendono scelte più o meno ragionate. Alla fine nessuno è perfetto in questo lavoro.

Dicono che diventare genitori sia un processo naturale, che quando ti ritroverai in quella determinata situazione saprai cosa fare, saprai quali sono le scelte giuste da prendere e reagirai di conseguenza.

Se c’è una cosa però alla quale noi genitori dovremmo stare attenti è proprio quel famoso istinto.

L’istinto del genitore

E’ vero che spesso e volentieri reagiamo d’istinto, perchè non c’è un vero e proprio corso o manuale che ci insegna cosa fare in ogni specifica situazione con i nostri figli. Ma non dovremmo farlo. Almeno…secondo me.

Perchè? Ve lo spiego subito.

Avete presente quando vi ho detto che tendiamo a replicare con i nostri figli gli stessi modelli educativi con i quali ci hanno cresciuto i nostri genitori? Ed è vero! Il nostro istinto ci porta a fare quello, perchè è ciò che noi conosciamo. Per esempio: se da piccoli rovesciavamo l’acqua e venivamo rimproverati aspramente, quando i nostri figli faranno la stessa cosa, noi di istinto li vorremo rimproverare. Se venivamo ignorati quando piangevamo per un qualcosa che poteva sembrare futile, a nostra volta ignoreremo i nostri figli quando piangeranno per un qualcosa di effimero, anche se per loro è importante. Perchè? Perchè se con noi hanno fatto così, allora sicuramente è il modo giusto di fare, giusto?

E invece no. Perchè spesso e volentieri non si tramandano, di generazione in generazione, solo i modelli comportamentali funzionali, ma anche quelli disfunzionali.

Per questo motivo fare il genitore non dovrebbe essere una cosa naturale, lasciata al caso, ma dovremmo metterci consapevolezza! Le scelte non andrebbero fatte solo in base all’istinto, ma ci si dovrebbe informare, leggere libri, oppure fare un lavoro di introspezione per capire i nostri schemi mentali, le cose che innescano la nostra rabbia ed il perché, il motivo per cui reagiamo così in determinate situazioni, e soprattutto, come fare per migliorare il nostro rapporto con i figli.

Per questo motivo offro percorsi di coaching rivolti al genitore: per aiutare mamme e papà ad acquisire finalmente quella consapevolezza nella genitorialità, che li renderà più sicuri nelle loro scelte, più efficaci nell’educazione ai figli, ma anche liberi da concezioni errate e deleterie.


Se vuoi anche tu finalmente entrare nel cambiamento, ti invito a leggere questo articolo, in cui spiego il percorso di coaching in dettaglio.

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About me

Io sono Lizzy, mamma di una bimba, infermiera a tempo pieno, e parent coach certificata (ai sensi della legge del 14 gennaio 2013, n. 4). Diventare mamma mi ha profondamente cambiata e consapevolizzata su vari aspetti, per cui ho iniziato ad appassionarmi al mondo della genitorialità, soprattutto al gentle parenting.

Ho deciso di creare questo blog per condividere la mia piccola esperienza e aiutare altri genitori a vivere la loro genitorialità in maniera più serena e consapevole.

Infine ho deciso di diventare parent coach per aiutare le mamme e i papà a diventare finalmente il genitore che vogliono essere.

L’educazione gentile non funziona! Parliamone

Tempo di lettura:

7–10 minuti

Se siete genitori avrete sentito parlare almeno una volta di questa educazione gentile, educazione dolce, o gentle parenting, come volete chiamarla. Il principio è sempre lo stesso: bambini cresciuti senza l’uso della violenza, delle urla e delle botte, delle punizioni e delle ricompense, e con un focus sulla comprensione dei loro bisogni e delle loro emozioni. Un metodo che in pratica, si discosta molto da quella che è stata l’educazione ricevuta dalla maggior parte di noi. Se avete aperto questo articolo è perché volete avere delle risposte. Questo metodo funziona o non funziona?

Da quando sono diventata mamma e ho deciso di approcciarmi a questo metodo, ne ho sentite di tutti i colori:

“l’educazione gentile non funziona, non mette abbastanza regole e alla fine i figli diventano viziati”

“Una sberla ogni tanto serve, io ne ho ricevute molte e ora sto bene”

“Con mio figlio le buone maniere non funzionano, continua a disobbedirmi”

Insomma i tipi di genitori che affermano che questo metodo non funzioni sono due:

  • Chi ci ha provato, ma dopo un certo periodo di tempo si e arreso;
  • Chi non ci ha mai provato perché fermo sulla convinzione che con i bambini ci vogliano per forza le maniere forti, magari provenienti loro stessi da un’educazione simile.

Andiamo con ordine.

Genitori che non hanno mai provato ad applicare questo metodo: perchè secondo loro non funziona?

I genitori che affermano che l’educazione gentile non sia efficace di solito sono quelli che, purtroppo, non si sono mai informati davvero su questo metodo, che non hanno mai letto libri o seguito corsi a riguardo. Se hanno visto video sui social che ne parlavano in positivo, hanno criticato e contrastato quelle idee con tutte le forze.

Sono convinta che se una parte di loro avesse anche solo letto un paio di pagine sul gentle parenting, avrebbero capito quanta logica e quanta scientificità sta alla base di questo metodo educativo, e avrebbero cambiato idea. Il problema è che non lo hanno mai fatto, magari per pigrizia, o perché stanno bene con il loro metodo, e nessuno li biasima.

Il bisogno di criticare un metodo che è l’opposto di ciò che una persona sta facendo nella pratica, deriva dal concetto di dissonanza cognitiva. Se una persona si ritrova a confrontarsi con un’idea che ha senso, è logica e sembra l’opzione più giusta, ma allo stesso tempo nella quotidianità sta attuando dei comportamenti opposti a quell’idea, si ritroverà in uno stato di dissonanza, e quindi cercherà in qualche modo di compensare quel disagio, modificando il comportamento oppure tentando di convincersi di star facendo in verità la cosa giusta, in questo caso criticando tutti gli approcci genitoriali diversi dal suo.

E’ difficile cambiare prospettiva quando una persona ha sempre ricevuto un tipo di educazione dalla propria famiglia. Infatti si tende sempre a replicare con i propri figli l’educazione ricevuta dai propri genitori. E’ difficile cambiare completamente il modo di fare e di pensare, anche nell’approccio ai figli. Ci vuole molta introspezione, forza di volontà, impegno e costanza. Molti non sono preparati a questo.

Di solito questo tipo di genitori sono persone che difficilmente cambiano idea e accettano il dibattito, ed è un peccato. Nonostante questo però, non dico assolutamente che questi genitori non tengano ai propri figli. Sono sicura che ogni genitore faccia delle scelte consapevoli, sempre volte al benessere dei propri figli, ed è giusto e lecito che ognuno utilizzi il metodo che sente più suo.

Personalmente, da quando ho studiato il metodo dell’educazione gentile, ho subito pensato di voler essere quel tipo di genitore.

Genitori che hanno già provato ad applicare il metodo, ma si sono arresi: perchè secondo loro non funziona?

Ci sono genitori che sì, ci hanno provato. Si sono informati, e hanno deciso di intraprendere questo stile educativo, ma qualcosa è andato storto. Ecco quali sono stati i problemi che hanno riscontrato molti di loro:

“Il metodo gentile non funziona, mio figlio continua a fare i capricci e a disobbedire”

Non è uno stile che fa per me, nonostante ci provi non riesco a rimanere calmo/a con i miei figli, non è nel mio carattere”

“Mi sembra di non dare abbastanza disciplina”

“Il comportamento di mio figlio è peggiorato”

“I metodi gentili non funzionano, per come è fatto mio figlio”

Iniziamo per prima cosa a capire un concetto fondamentale: cosa intendiamo quando diciamo che un metodo educativo “funziona”? Che cosa ci aspettiamo da quel metodo? Ci aspettiamo forse che un bambino diventi dall’oggi al domani magicamente calmo, sempre obbediente e che non faccia mai i capricci? Che faccia tutto ciò che gli diciamo senza battere ciglio, che non pianga mai più?

Il punto è proprio questo, l’educazione gentile NON ha quello scopo! Lo scopo dell’educazione gentile è quello di crescere dei bambini affinché diventino adulti felici, calmi ed emotivamente intelligenti. E’ un obiettivo più a lungo termine, non si limita al presente, e per questo dobbiamo ampliare la nostra visione. Ovviamente ci aspettiamo con il tempo anche dei miglioramenti nel comportamento del bambino. Sicuramente utilizzando un metodo gentile, il bambino con il tempo ridurrà i capricci, diventerà più calmo, perché noi saremo diventati più bravi a comprendere i suoi bisogni. Ma non dobbiamo assolutamente aspettarci che i risultati arrivino immediatamente. Ci possono volere mesi, prima di vedere i primi risultati.  Ecco quindi i motivi per cui secondo me, il metodo gentile per alcuni genitori non ha funzionato:

  1. Non hanno capito il vero scopo dell’educazione gentile, non hanno sviluppato quella visione a lungo termine, si sono limitati a ricercare i miglioramenti immediati.
  2. Hanno interpretato male il metodo. Magari si sono solo informati qua e là, senza leggere veri e propri testi. Non hanno saputo trovare l’equilibrio fra la gentilezza e le regole, che come ben sappiamo, ci vogliono sempre, e non vengono eliminate nel metodo gentile, ma piuttosto razionalizzate.
  3. Non hanno applicato il metodo abbastanza a lungo: si sono arresi dopo i primi giorni, e quindi non hanno dato tempo a sè stessi di cambiare, fare errori e rimediare, e ai figli di entrare in sintonia con i loro nuovi genitori.

Diventare genitori gentili è un viaggio lungo. Serve, come ho detto prima, una notevole forza di volontà per cambiare, entrare nel mindset giusto e capire come comportarsi e cosa dire con i propri figli, ci vuole allenamento.

Siete fatti per essere genitori gentili?

Se da genitori avete pensato di non essere fatti per questo metodo, anche se in cuor vostro desiderate essere genitori gentili, vi sbagliate. Con la pratica e la costanza tutto si conquista. Personalmente sono sempre stata una persona nervosa, con poca pazienza, tutt’altro che gentile, ma con gli anni ho cercato di lavorare su me stessa, e da quando sono diventata mamma ho cercato di allenarmi ancora di più. Ogni giorno mi alleno per essere un genitore gentile, certi giorni sento di avere più successo di altri, e certi giorni sbaglio facendo errori e provando a rimediare. So che questo è un viaggio che non avrà mai una destinazione. Possiamo sempre e solo migliorare. Anche i più gentili dei genitori a volte sbagliano.

I capricci diminuiscono?

Se i vostri figli continuano a fare capricci, soprattutto nei primi tre anni di vita, non è perché avete fallito come genitori, ma perché è assolutamente normale per la loro età. Con il tempo questi capricci potrebbero diminuire, se siete costanti nel metodo, perché i vostri figli impareranno a gestire meglio le loro emozioni, ma hanno bisogno di un vostro supporto, e di un modello da seguire, non di venir repressi o censurati. Abbiate fede ed il risultato arriverà.

La vera disciplina

Se vi sembra di non dare abbastanza disciplina, probabilmente è perché vi siete fatti un’idea sbagliata di che cos’è la disciplina. Ricordatevi che lo scopo dell’educazione gentile è creare un adulto consapevole, calmo ed emotivamente intelligente, e non un bambino fermo, calmo, che obbedisce sempre e non urla mai. Se usate il terrore e le punizioni per regolare il comportamento di vostro figlio, magari nell’immediato lui potrebbe anche obbedire, sembrare calmo, e disciplinato, ma la questione non è per nulla risolta. Il bambino si terrà quel macigno nel petto, e con gli anni e la continua repressione da parte vostra, tutte quelle emozioni usciranno fuori e si manifesteranno in tarda età. Le emozioni dei bambini vanno accolte e regolate, non censurate, solo in questo modo costruiremo dei nuovi adulti emotivamente intelligenti. Quanti sono effettivamente gli adulti che incontriamo ogni giorno e che mancano di intelligenza emotiva?

Figli impegnativi

Infine, se pensate di avere un figlio particolarmente vivace, che secondo voi non può essere “domato” se non con metodi duri e punizioni, vi invito a pensare a questo. Il modo migliore con cui i figli imparano è con l’esempio. Siete voi genitori, con il vostro comportamento, a regolare quello di vostro figlio. Probabilmente le prime volte vi sembrerà di non dare abbastanza disciplina, vi sentirete genitori “molli”, vi sembrerà che vostro figlio non recepisca le regole, o il modo giusto di comportarsi. Come vi ho già detto, non è un processo immediato. Vostro figlio sta assorbendo pian pianino, sta imparando da voi il modo giusto di comportarsi, e prima o poi vi meraviglierete di quanto ha imparato.


Spero di aver risposto alle vostre domande in maniera esaustiva. In ogni caso, se volete approfondire questo argomento, o se volete anche voi intraprendere l’educazione gentile vi invito a leggere il libro che più mi ha ispirata: Genitori Gentili- Sarah Ockwell-Smith.

Inoltre, se avete intenzione di intraprendere un percorso di crescita genitoriale completo, e diventare finalmente i genitori che vorreste essere, vi invito a dare un’occhiata al mio percorso di coaching per genitori 1:1.

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5 Verità sull’educazione dei bambini (1-3 anni) che ho imparato solo dopo essere diventata mamma

Tempo di lettura:

4–7 minuti

Ci sono cose che si imparano solo dopo essere diventati genitori. Capire come educare i propri figli secondo me è una di quelle.

Se siete già genitori lo avrete già sperimentato, se non lo siete ancora invece preparatevi a riformulare completamente le vostre convinzioni.

Prima di essere mamma anche io avevo le mie convinzioni ed i miei pregiudizi. Per esempio ero convinta che se un bambino faceva i capricci allora era stato educato male a prescindere. Avevo le idee chiare su che tipo di madre volevo essere ed ero convinta di avere tutta la situazione sotto controllo.

Ma ecco che alla fine sono diventata mamma e ho scoperto che… non ci capivo un accidenti🥲. Ecco quindi le 5 cose più importanti che ho imparato sull’educazione dei figli.

PREMESSA: questo articolo si basa sulla mia esperienza e su alcune ricerche e letture che ho fatto. In questo articolo mi riferisco soprattutto a bambini della fascia di età che va da 1 a 3 anni circa, perchè è questa la mia esperienza. Purtroppo non posso ancora dire nulla sui bimbi più grandi, in quanto non ne ho ancora.

1. I bambini sani fanno i capricci

Prima di diventare mamma pensavo che un bambino ben educato non facesse mai i capricci, che stesse sempre fermo al proprio posto, che non chiedesse mai e che non pretendesse mai nulla. Pensavo che il modo in cui reagiva un bambino fosse totalmente dovuto a come i genitori lo avevano educato.

Sbagliavo. Con il tempo, grazie anche alla psicologa che mi ha affiancata, ho capito che i bambini sani, a 1-3 anni, fanno i capricci: è nella loro natura e fa parte del loro sviluppo. Grazie ai capricci, che non sono altro che crisi emotive, dovute al fatto che ancora non conoscono i limiti e non sanno gestire le proprie emozioni, imparano ad interfacciarsi con il mondo che li circonda.

Non dobbiamo quindi censurare le emozioni dei nostri bimbi, punendoli o usando la paura, ma dobbiamo accoglierle, e aiutarli a imparare come gestirle.

2. Tendiamo a replicare con i nostri figli il modo con cui siamo stati educati

Una cosa che ho capito quando mia figlia ha compiuto un anno circa, è che noi genitori tendiamo ad educare i nostri figli esattamente come siamo stati educati noi. Tendiamo a comportarci con loro nella stessa maniera in cui i nostri genitori hanno fatto con noi, e questo si manifesta fin nei gesti più inconsci, e nelle nostre convinzioni.

Ecco un esempio pratico che è capitato a me. Ho partecipato a diverse lezioni e letto alcuni libri su come gestire le reazioni emotive dei bambini, quindi sono consapevole, a livello conscio, che se mia figlia di 15 mesi fa un capriccio è perché sta passando un momento in cui non sa ancora bene come gestire le sue emozioni. Se però lei fa i capricci per una cosa che a me sembra assurda, a livello inconscio, si crea in me l’istinto di sgridarla e censurare la sua emozione, perché probabilmente è così che è stato fatto con me da piccola.

3. I bambini imparano da quello che facciamo, non da quello che diciamo

La verità più assoluta è questa. I bambini osservano un sacco i nostri comportamenti, fin dal primo anno di età. All’inizio la prima cosa che fanno, verso l’anno, è imitare i nostri gesti. Sono rimasta shockata quando mia figlia ha preso il mio telefono e se l’è portata all’orecchio dicendo: “Ciao!”. Se io salutavo con la mano, lei salutava a sua volta. Se io ballavo, provava a ballare anche lei. Se io facevo ginnastica, lei imitava i miei gesti.

Poi ha iniziato a dire le sue prime paroline, e provava a ripetere quello che io dicevo. Un giorno, mentre mettevo i vestiti in lavatrice, ha iniziato a farlo anche lei. E così via, giorno dopo giorno, tutt’ora sta imparando un sacco di cose semplicemente osservando noi adulti.

Se già così piccoli imitano i nostri gesti più semplici, figuriamoci quando cresceranno un po’ di più. Non mangeranno sano se noi stessi non sappiamo farlo. Non impareranno a gestire le loro emozioni se prima di tutto non siamo noi a mostrare loro come fare dando il buon esempio. Non impareranno ad essere educati e civili solo perché glielo diciamo, o li sgridiamo quando si comportano male. Parte tutto da noi genitori. Dobbiamo essere l’esempio di come vorremmo che loro crescessero, è un lavoro che parte soprattutto da noi.

4. Il rispetto è reciproco

Siamo stati cresciuti con la convinzione che gli adulti vadano rispettati, e che sia giusto utilizzare metodi coercitivi per farsi rispettare dai bambini e avere autorità. Se un bambino dà uno schiaffo ad un adulto è maleducazione e mancanza di rispetto, ma sono in molti a pensare che “una sberla non ha mai fatto male a nessuno” e trovano accettabile picchiare o urlare ad un bambino. Non trovate che sia un controsenso?

Molti atteggiamenti, soprattutto nei metodi educativi tradizionali, non sono rispettosi nei confronti dei bambini: non danno loro la possibilità di esprimere i propri bisogni, censurano le loro emozioni, utilizzano la paura per far rispettare le regole. In verità esistono metodi educativi migliori per insegnare limiti e regole ai propri figli senza usare violenza e terrore, per esempio il Gentle Parenting (scriverò un articolo a riguardo in futuro).

Se non siete ancora convinte, lo dice anche questo articolo⬅️

5. In ogni caso la strategia giusta è mantenere la calma

Una cosa che ho imparato, ma che spesso è difficile da mettere in pratica è che in ogni situazione (capricci, attacchi di rabbia, comportamenti scorretti del bambino) la prima cosa che bisogna ricordarsi è di mantenere la calma. Nelle situazioni di crisi bisogna mantenere il controllo delle proprie reazioni: non urlare, non sbottare male, non utilizzare violenza e terrore. Queste reazioni, molto istintive, hanno di certo il potere di scaricare la rabbia in quel preciso istante, ma portano più danno che beneficio, sia in quel preciso istante , ma soprattutto nel lungo termine.


Queste erano le 5 cose che ho imparato nel mio anno e mezzo di maternità, spero che vi possano essere utili. Intanto se vi va seguitemi sui social:

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Io sono Lizzy, mamma di una bimba, infermiera a tempo pieno, e parent coach certificata (ai sensi della legge del 14 gennaio 2013, n. 4). Diventare mamma mi ha profondamente cambiata e consapevolizzata su vari aspetti, per cui ho iniziato ad appassionarmi al mondo della genitorialità, soprattutto al gentle parenting.

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Infine ho deciso di diventare parent coach per aiutare le mamme e i papà a diventare finalmente il genitore che vogliono essere.

Prendersi cura di sè per essere genitori migliori

“Un genitore per prima cosa dovrebbe imparare a riconoscere i propri bisogni e limiti, e prendersi cura di essi, altrimenti rischia di riversare la frustrazione sul bambino”

Tempo di lettura:

5–7 minuti

A chi non è capitato, dopo essere diventato genitore, di abbandonare determinate passioni, ridurre le uscite, trascurare lo sport o il proprio giro di amicizie?

Quando sono diventata mamma ero consapevole del fatto che in certi casi sarebbe stato necessario fare dei sacrifici, soprattutto nel primo periodo in cui il bimbo è totalmente dipendente dalla mamma. Sapevo che avrei avuto meno tempo per i miei hobby, in realtà non ne avevo nemmeno le energie. Per certi versi è un processo fisiologico. Spesso ho sentito mamme dire quanto fosse difficile per loro anche solo farsi una doccia, o sedersi a mangiare. E’ vero, i primi mesi è molto difficile anche solo trovare un equilibrio fra il prendersi cura del piccolo fagottino e il soddisfacimento dei propri bisogni fisiologici.

La verità è che, dopo il primo figlio, vengono riviste le priorità e si fanno dei sacrifici, per mancanza di tempo, soldi o energie, perchè prendersi cura di un figio è impegnativo. Magari in un determinato mese si hanno avute grosse spese e si decide di non uscire per tenersi i soldi da parte. O magari si salta l’allenamento settimanale in palestra perchè in quel giorno il bimbo sta male e non si può fare altrimenti. Capita. Anche se si è in due, mamma e papà, entrambi compiono scelte e sacrifici per soddisfare i bisogni di quella piccola creatura che ancora non è in grado di soddisfarli da solo.

In alcuni casi invece è proprio la nostra mentalità a cambiare: le cose che ci piacevano prima di essere genitori non ci piacciono più, altre cose perdono il loro fascino, perdono di importanza. Spesso ci rendiamo conto che spendevamo le nostre energie nelle cose sbagliate. Questo è normale, e se non siete ancora genitori, probabilmente lo capirete pienamente quando avrete il vostro primo bimbo.

Quindi siamo d’accordo che quando si diventa genitori è normale in certi casi mettere da parte i propri bisogni per sopperire a quelli dei bambini. Capita di dover rinunciare ogni tanto alle uscite, o al tempo dedicato ai propri hobby e svaghi. Ma fino a che punto può essere sostenibile? Qual è il limite e perchè è importante riconoscerlo?

Che cosa hai fatto prima di arrivare al tuo limite?

Un giorno, con la mia psicologa, abbiamo fatto un ragionamento insieme: mi ha chiesto di pensare ad alcune volte in particolare in cui ho perso la pazienza con la mia bimba, oppure in cui ho pensato “non ce la posso fare” e in cui mi sono sentita sopraffatta dalle continue richieste della mia bimba. Poi mi ha chiesto, prima di quel preciso momento, che cosa avevo fatto? Ero appena tornata dal lavoro? Avevo passato la giornata in casa insieme a lei? Avevo passato il pomeriggio a fare le pulizie? Mi ha chiesto poi di pensare alle volte in cui ero riuscita a fare sport, o avevo avuto un’ora per me, per leggere o disegnare, o svagarmi, e infine mi ha chiesto: “Come ti sei approcciata a tua figlia dopo? Come hai interagito con lei dopo esserti presa cura di te?”

E’ stato sorprendente realizzare che in effetti, dopo essermi allenata per esempio, mi sentivo così motivata e piena di energie che ero felice di tornare a stare con la mia bimba, e sentivo di poter fare e sopportare ogni cosa. Se invece era da un po’ che non mi prendevo un momento per ricaricare le batterie, il mio tempo con la bimba perdeva di qualità.

I bisogni dei genitori

Ci sono diverse teorie in ambito pedagogico che affermano più o meno questo concetto: un genitore, per prendersi cura dei bisogni del proprio figlio, per prima cosa dovrebbe imparare a riconoscere i propri bisogni e limiti, e prendersi cura di essi, altrimenti rischia di riversare la frustrazione dei propri bisogni insoddisfatti sul bambino.

Ma che cosa si intende per bisogni? Non solo quelli fisiologici, quali l’alimentazione e il sonno, ma anche quelli legati allo svago e alla coltivazione dei propri interessi. Sono quelli, nello specifico, che ci consento di ricaricare le nostre batterie, esprimere noi stessi, ridurre lo stress e la frustrazione, e ci aiutano ad essere quindi genitori più pazienti e motivati.

E’ solo soddisfando anche i nostri bisogni che riusciamo a essere genitori migliori, a tornare dal nostro bimbo carichi e motivati, pronti a passare del tempo di qualità e soddisfare i loro bisogni.

Prendersi cura di se, quando si diventa genitori, quindi, è di vitale importanza. Non dovrebbe essere un optional, una cosa da fare solo quando si ha tempo da perdere, ma dovrebbe essere un appuntamento periodico con noi stessi.

Pensiamo ad una metafora: siamo dei nuotatori subacquei, ci immergiamo con le nostre bombole, e ad un certo punto sta per finire l’ossigeno. Cosa facciamo? Ovviamente conviene tornare in superficie per ricaricare le bombole. Essere genitori è uguale. Prima di immergersi è necessario essere carichi di ossigeno. Possiamo considerare i nostri bisogni di svago l’ ossigeno che ci permette di esplorare il mondo subacqueo (fare i genitori) con tranquillità e calma, e le risorse necessarie per sopravvivere.

Come prendersi cura di sè

E’ facile. Basta porsi una semplice domanda: che cosa ci diverte e ci appassiona? Quale attività ci fa ricaricare le batterie? Bisogna prendersi un attimo per mettersi in ascolto del proprio corpo e del proprio spirito. Deve essere una cosa che ci fa sentire appagati a tal punto da poter poi stare con nostro figlio nella completa serenità.

Il senso di colpa

Tutti prima o poi ci siamo sentiti degli egoisti ad aver pensato di volere una boccata d’aria fresca. La verità è che, soprattutto a noi mamme, ci riempiono la testa con questo mito del sacrificio: hai voluto diventare mamma? Non puoi lamentarti, devi essere sempre presente, sempre impeccabile, non esiste il chiedere aiuto, non hai più tempo per te stessa? Pazienza. Non funziona così.

Provate a fare questo esperimento. Provate a osservarvi, nell’interazione con i vostri bimbi. In quali occasioni siete riusciti a passare maggiormente del vero tempo di qualità con loro? Quando eravate carichi emotivamente, perchè eravate riusciti a ritagliarvi del tempo per voi, oppure quando eravate già esauriti da un lungo periodo in cui non vi siete preoccupati di ascoltarvi?

Prendervi cura di voi stessi, vi aiuta a essere davvero genitori migliori, e non solo. Pensate a quanto potreste essere di esempio ed ispirazione ai vostri bimbi, grazie alle vostre passioni. Immergetevi in questa prospettiva e capirete che non avete motivo di sentirvi in colpa.


Siamo giunti al termine anche di questo articolo, fatemi sapere cosa ne pensate nei coimmenti, ci vediamo alla prossima!

Lizzy

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6 Cose che avrei voluto sapere prima di diventare mamma

5–8 minuti

Ben ritrovati sul mio blog!

Sono passati così tanti mesi dal mio ultimo articolo. Sinceramente ho avuto molto da fare, e mi sono presa tempo per riflettere, su di me, sul futuro di questo blog ecc. Oggi finalmente ho deciso di condividere con voi alcune riflessioni sul mio essere diventata mamma.

Vi racconto una cosa buffa: quando ero incinta il mio sogno notturno più ricorrente era quello in cui mi dimenticavo di dare da mangiare a mia figlia. Se avessi saputo quanto piangevano, soprattutto per la fame, avrei smesso di farmi le paranoie per una cosa così assurda. Purtroppo però è così: finché non sei sulla barca non puoi saper cosa ti aspetta.

Ecco 6 cose che avrei voluto sapere prima di diventare mamma. Prima di iniziare però, ho una premessa importante. Le mie non sono 6 cose che avrei voluto sapere prima, altrimenti non avrei fatto un figlio, ma sono cose che mi sarebbe piaciuto sapere prima, cosí magari sarei arrivata più preparata e meno angosciata, e magari avrei fatto un lavoro migliore, chissà.

1. Allattare al seno non è così facile come sembra.

Mentre ero in dolce attesa della mia prima bimba ero convinta: avrei allattato mia figlia al seno, finchè ne avesse avuto bisogno. Ero sicurissima che non avrei avuto problemi: ero sana come un pesce, giovane e determinata, avrei sicuramente avuto abbastanza latte. Poi che cosa poteva esserci di tanto difficile? Le mamme che vedevo sporadicamente in giro lo facevano sembrare così semplice: il bimbo ha fame? Lo attacchi al seno ogni due ore, mangia finchè ha fame e poi si addormenta. Semplice e veloce, no?

Avevo anche partecipato ai corsi preparto, in cui ci avevano spiegato le varie difficoltà e complicanze legate all’allattamento, però, chissà come mai, mi entravano da un orecchio e mi uscivano dall’altro.

Poi la dura verità: Arianna nacque, ma all’inizio non riusciva ad attaccarsi bene al seno, si staccava continuamente, si arrabbiava, iniziava a piangere fortissimo perchè aveva fame, e dopo qualche giorno iniziarono a farmi malissimo i capezzoli, ogni poppata era un dolore lancinante. Mangiava per un po’ e poi si addormentava, ma appena la mettevo giù si svegliava e si metteva a piangere, dovevo allattarla continuamente, altro che ogni due ore!

Ad un certo punto una notte non ce l’ho più fatta. Ero presa dal dolore e dalla disperazione, nella mia testa continuava a rimbombare una frase che mi avevano detto, un classico: “non hai abbastanza latte”. Così le diedi il latte in polvere. E da lì in poi fu sempre più difficile attaccare Arianna al seno, il mio latte iniziò a diminuire sempre di più, fino a scomparire. Fine del mio allattamento al seno. Arianna aveva un mese.

La verità è che il mio latte era abbastanza, che se avessi resistito, avessi ascoltato di più i consigli delle esperte ostetriche e meno quelli di chi non ne sapeva nulla (perchè anche se una è mamma, non è scontato che ne sappia di più), e mi fossi fatta aiutare da una qualche figura professionale preparata, forse avrei allattato mia figlia di più. Poi lei è cresciuta lo stesso, ma questo rimarrà sempre un mio “avrei potuto”.

2. Dopo il parto ci si sente molto tristi

Prima del parto, quando mi parlavano di depressione post-parto, io pensavo: “Figuriamoci! io non sono il tipo”. Quando Arianna è nata però, passavo le giornate a piangere, senza motivo, mi sentivo triste, come se non potessi mai più essere felice, sola, anche se ero circondata da persone che mi volevano bene. Avevo il morale a terra e non potevo controllarlo. Non bastava una chiacchierata, una passeggiata fuori, o un pezzo di cioccolato.

ATTENZIONE: quella non è depressione post-parto, tranquille, si chiama “Baby blues”, ed è una condizione più che normale, dovuta ai cambiamenti ormonali tipici del post-parto. La depressione post-parto purtroppo è una condizione molto più subdola che può insorgere anche un mese dopo il parto e che non si risolve spontaneamente. Per saperne di più vi rimando a questo link, molto utile.

Per fortuna non ho sofferto di depressione, ma il baby blues è stata una triste sorpresa dopo il parto. Se avessi saputo prima della sua esistenza probabilmente avrei preso tutti quei pianti più con filosofia.

La morale di tutto ciò è: siate consapevoli che sia il baby blues, sia la depressione esistono e possono colpire anche le mamme più forti e determinate come voi, fatevi aiutare, fatevi supportare, chiedete sempre aiuto, ma soprattutto, godetevi quei pianti giustificati!

3. I traumi e i problemi psicologici che avevamo prima ce li portiamo dietro

Potremmo scrivere un articolo solo su questo argomento, ma cercherò di essere breve. Diventare mamma è un momento che, oltre ad un’immensa gioia, inevitabilmente porta con sé tanti cambiamenti più o meno belli e può essere destabilizzante. Ovviamente, per superarlo al meglio, bisogna avere già una buona base psicologica, non si può pensare di riuscire ad affrontare la maternità se non si sta bene a livello emotivo.

Prima ancora di pensare di avere la mia bimba, avevo fatto un breve percorso psicologico, per conoscere me stessa e risolvere i problemi che mi affliggevano. Pensavo di stare benissimo e di avere tutto sotto controllo. Poi, dopo il parto, mi sono ritrovata ad avere a che fare con emozioni che non avrei mai pensato di provare. Per cui ho ripreso in mano questo percorso psicologico, e ora posso dire che sto molto meglio: sono molto più consapevole e sono riuscita a capire il perchè di molte cose. Ovviamente il percorso è ancora lungo.

Se lo avessi saputo prima avrei investito maggiormente sul mio percorso psicologico, prima di diventare mamma.

4. Crescono cosi in fretta che non si fa in tempo a godersi i momenti

Le prime notti insonni con la bimba le passavo pensando: “Quando è che finirà il periodo delle coliche?”. Poi è iniziato il periodo dei denti, ed ecco altre notti insonni. Sempre i primi mesi pensavo: “Non vedo l’ora che inizi a camminare, così non la devo più portare in braccio”. Passavo i mesi a pensare che non vedevo l’ora che crescesse, per poter essere più tranquilla.

Poi una tua amica fa un bimbo, ed è così piccolo! Guardi la tua bimba e te la ritrovi cresciuta. Quando è passato tutto questo tempo, dov’è finita quella neonata raggomitolata sul tuo petto? Probabilmente, se lo avessi saputo prima, mi sarei lamentata di meno di ogni periodo difficile, e avrei cercato di godermi di più quei momenti, che volano via in un attimo.

5. Ogni brutto periodo passa

Mi ricollego al punto precedente per dirvi che per fortuna le coliche finiscono, i denti crescono, i bimbi vorranno stare di meno in braccio, ad un certo punto riuscirete a dormire di notte, ogni periodo impegnativo della crescita del vostro bimbo passa… per poi venir rimpiazzato da un periodo peggiore! No, forse questo non avrei voluto saperlo prima! 😂

6. Ogni mamma vive un’esperienza diversa

Infine, ecco cosa mi sarebbe piaciuto sapere prima di diventare mamma. Che non tutte le mamme vivono le stesse esperienze. Per esempio c’è chi ha avuto esperienze terribili con il parto, c’è chi invece lo rifarebbe, c’è chi ha dormito di più, chi di meno, chi ha dovuto affrontare determinate sfide, chi altre. Per questo mi sento di dirvi: non scoraggiatevi, ascoltate le esperienze delle altre mamme, ma ricordatevi che la vostra esperienza sarà unica!

Concludo augurandovi il meglio per il futuro, godetevi i vostri bimbi e soprattutto prendetevi cura di voi stesse, care mamme. Noi ci vediamo al prossimo articolo.

Lizzy

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About me

Io sono Lizzy, mamma di una bimba, infermiera a tempo pieno, e parent coach certificata (ai sensi della legge del 14 gennaio 2013, n. 4). Diventare mamma mi ha profondamente cambiata e consapevolizzata su vari aspetti, per cui ho iniziato ad appassionarmi al mondo della genitorialità, soprattutto al gentle parenting.

Ho deciso di creare questo blog per condividere la mia piccola esperienza e aiutare altri genitori a vivere la loro genitorialità in maniera più serena e consapevole.

Infine ho deciso di diventare parent coach per aiutare le mamme e i papà a diventare finalmente il genitore che vogliono essere.

8 cose che non ti rendono una persona meno interessante

Tempo di lettura:

4–7 minuti

Che cosa vuol dire essere una persona interessante? Che cosa ci rende tali? Sei una persona conosciuta, viaggi spesso, hai molti amici? Buon per te! Se invece sei l’opposto di ciò che ho appena detto? Puoi considerarti una persona poco interessante? Assolutamente no! E sai perchè? Perchè spesso ci focalizziamo sulle cose sbagliate, sulla forma e non sul contenuto, diciamo.

Qui di seguito, dopo settimane di riflessione, ho deciso di raggruppare tutte quelle cose che secondo me non ti rendono una persona meno interessante, così almeno non avrai più scuse per sminuirti. Presta attenzione perché in ogni paragrafo inserirò cosa secondo me, al contrario, ti rende una persona interessante.

1. Non amare le cose che le persone amano di solito

Tutti amano andare al mare, tutti adorano Harry Potter, tutti hanno visto Gossip Girl. Se invece tu il mare lo detestassi, trovassi Harry Potter stupido, e non avessi mai visto nemmeno per sbaglio Gossip Girl? Sei una persona poco interessante? Te lo dico io: no, perchè in realtà non sono solo alcune le cose che ci rendono interessanti, tutti i nostri interessi ci rendono interessanti a prescindere da cosa essi siano. Magari odi il mare e non vuoi metterci piede, ma magari hai fatto tante volte campeggio in alta montagna, percorso sentieri accidentati e partecipato ad una maratona. Non sapresti da che parte girarti se ti chiedessero quale film di Harry Potter ti piace di più, ma magari hai letto tutti i libri di Stephen King. Hai sicuramente molto di cui parlare e sarai interessante agli occhi delle persone simili a te.

2. Non andare alle feste o in discoteca/ uscire poco

A differenza di ciò che dicono la maggior parte delle persone, se sei giovane, non devi necessariamente passare tutta la tua gioventù in discoteca, se la discoteca ti fa schifo. La società nella maggior parte dei casi si aspetta che la gioventù debba essere passata a fare cose come andare a ballare, andare a più feste possibili ed uscire il più possibile, perchè “dopo” dicono “non lo potrai più fare”.

Non sta nè in cielo, nè in terra. Se non ti va di andare alle feste, o di uscire tutti i sabati, non lo devi fare per forza e non sarai una persona meno interessante per questo. Preferisci passare i tuoi sabati in maniera differente, magari con il tuo fidanzato o la tua fidanzata, a casa con le tue amiche, o in solitudine a fare ciò che ti piace. Sei comunque interessante.

3. Non esserti mai ubriacato/a

Chi è che ha detto che bere sia una cosa figa e che uno debba fare l’esperienza di ubriacarsi almeno una vota nella vita? Nessuno. Se non vuoi, non farlo, non sei una persona noiosa, i tuoi amici ti ameranno comunque, e ti sfrutteranno per guidare…

4. Avere pochi amici

Scommetto che conosci almeno una persona che ha un circolo infinito di amici, e almeno una volta avrai pensato: “Che bello, piacerebbe anche a me essere una persona così interessante da avere tutti quegli amici”. Beh, disclaimer: non hai pochi amici perchè non sei interessante, semplicemente preferisci risparmiare le tue energie sociali, ed impegnarti seriamente con poche persone. Ciò che ti rende davvero interessante è il modo con cui interagisci con le altre persone, come parli, di cosa parli, il tuo modo di fare, la tua gentilezza, l’empatia che riesci a dimostrare, senza necessariamente entrare in una confidenza tale da farti tutte le persone come amiche. Da un lato non è meglio avere poche relazioni ma sane e profonde?

5. Non viaggiare spesso

E credo che qui solleverò un grosso polverone…

DISCLAIMER: Non sto dicendo che viaggiare sia inutile, viaggiare è comunque un’esperienza in grado di aprire la mente e arricchire le persone.

Quello che voglio dire io è un’altra cosa. Solo perché non riesci a fare dieci viaggi all’anno in località esotiche ed intercontinentali, perché ti mancano i soldi, perché i tuoi genitori non te lo pagano, perché il lavoro non ti permette di avere tanti giorni liberi, perché sei in un momento difficile della tua vita, perché devi studiare o per qualsiasi altro motivo, non significa che sei una persona povera di spirito e chiusa di mente.

Il punto forse, quello che ormai abbiamo dimenticato da un pezzo, è che non conta se fai dieci viaggi stra-fighi e instagrammabili, oppure fai una breve escursione nella città vicina. Conta ciò che ti porti a casa, ciò che quell’esperienza ti ha insegnato. Conta il modo in cui hai vissuto quella vacanza: se hai tenuto gli occhi e la mente bene aperti, esplorando ogni cosa e cogliendo ogni emozione di quel luogo. Quello ti rende una persona interessante.

6. Non avere un genere di musica/libri, o uno stile preferito

Molte persone sono maniache del catalogarsi, definirsi in una determinata categoria di persone, in un determinato stile di vestire, o un determinato genere. Se tu non sei uno di questi individui, non preoccuparti, sei interessante lo stesso, anzi, tieni la mente aperta ad ogni cosa diversa, ti piace leggere diversi generi narrativi, ascolti tutta la musica senza pregiudizi e non ti fai influenzare. Hai sicuramente molto più da offrire, molti più spunti di conversazione tu, rispetto a chiunque altro.

7. Non aver fatto l’università

Se non hai fatto l’università, ma hai deciso di occupare il tuo tempo investendolo in altre cose (ad esempio nello sport, in un corso non universitario, in un’esperienza all’estero, lavorando) per raggiungere i tuoi sogni, va bene uguale. Sei una persona molto interessante e molto intelligente lo stesso. Fidati.

8. Non postare mai sui social/non avere profili social

Avere una pagina instagram con un feed ben curato o postare in continuazione storie di ciò che stai facendo, non ti rende più interessante di chi non ha i social. La tua vita è interessante comunque anche se non lo pubblichi, perchè ciò che conta sono le persone che ti conoscono da vicino. Anzi, chiunque vorrà stalkerarti, ex compagni di scuola, università, colleghi di lavoro, rimarrà deluso e infastidito dal tuo silenzio. Sarai per sempre un mistero.


Non voglio tediarvi ulteriormente, vi faccio solo una domanda: secondo voi ci sono altre cose che potrebbero essere aggiunte alla lista delle cose che non ti rendono meno interessante? Fatemelo sapere nei commenti.

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Io sono Lizzy, mamma di una bimba, infermiera a tempo pieno, e parent coach certificata (ai sensi della legge del 14 gennaio 2013, n. 4). Diventare mamma mi ha profondamente cambiata e consapevolizzata su vari aspetti, per cui ho iniziato ad appassionarmi al mondo della genitorialità, soprattutto al gentle parenting.

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